siniša mihajlović gianluca spadoni

Spadoni intervista Siniša Mihajlović: “Il calcio come la vita”

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Siniša Mihajlović è stato molto più di un grande calciatore ed allenatore. Siniša ha mostrato e dimostrato che anche le proprie debolezze possono essere trasformate in forza, che anche i momenti bui sono portatori di luce per sé e per gli altri.

Questo emerge molto chiaramente dall’intervista che Gianluca Spadoni gli ha fatto alla fine del 2020 poi trasmessa durante l’Evolution Forum Day di quell’anno. Edizione che passerà alla storia come la prima totalmente virtuale a causa del Coronavirus.

Spadoni incontra il tecnico del Bologna nel suo stadio, poche settimane dopo la pubblicazione del libro “La partita della vita” in cui racconta la propria vita, dall’infanzia sotto il regime, alle bombe della guerra in Jugoslavia, fino alla partita con la leucemia mieloide acuta che poi lo porterà alla morte prematura nel dicembre 2022.

Spadoni inizia l’intervista parlando del Mihajlović allenatore. “Ho avuto fortuna di giocare sempre ad alti livelli e di avere degli ottimi allenatori. Io ho cercato di prendere le doti migliori di ognuno. Ad esempio da Mancini il lavoro sul campo, da Boskov l’aspetto psicologico e la gestione del gruppo, da Zaccheroni la capacità di insegnare il calcio. A questi ho cercato di aggiungere la mia personalità, il mio carattere, il mio modo di vedere il calcio”.

I ricordi vanno poi agli inizi della carriera da calciatore, a quella Coppa dei Campioni vinta con la Stella Rossa di Belgrado contro l’Olympique Marsiglia nel 1991 a Bari.

“Avevi vent’anni – ricorda Spadoni – e vinci quel trofeo poco prima che inizi il conflitto che ha cambiato le vite di tanti. Ho letto che ci sono stati forse dei movimenti per fase si che vincesse qualcun altro. Come si fa in una fase del genere, così giovane, a dir di no a certe tentazioni a rimanere concentrati sull’obiettivo?”

“Non ci sono soldi che possono comprare quello che abbiamo fatto – ha risposto Sinisa – perché ho vinto la Coppa Campioni con la mia squadra del cuore e per cui sognavo di giocare da ragazzino. Se tu questo lavoro fai solo per i soldi, non potrai mai farlo perché è troppo pesante. Devi avere passione in quello che fai e questo lo vedo in tutta la vita”.

Quindi una riflessione sui giovani. “Spesso i genitori sono la rovina dei figli perché curano i loro complessi con i figli, che portano i ragazzi a giocare a calcio per forza con il sogno che diventi un fenomeno. Non lo fanno andare a scuola magari. Poi a quindici anni conoscono una ragazzina, gli parte la brocca e non gliene frega più nulla del calcio. Perciò dico che le cose bisogna farle per passione. Ed è questo che ti fa tener duro anche rispetto alle tentazioni, anche rispetto a certi momenti in cui potresti cedere”.

Importante anche la disciplina: “Ho capito che senza disciplina e senza regole nel calcio, nello sport, ma anche nella vita non si può far niente. Puoi avere talento quanto vuoi ma senza duro lavoro non puoi far niente. Quello che cerco di trasferire ai giovani è che la vita è uno sport collettivo. Tutti i giorni, nella famiglia, in tutte le declinazioni. Il calcio è come la vita. Non c’è differenza. È una battaglia tutti i giorni, tutti i giorni non devi mollare, non devi perdere la voglia di vivere”.

 

Una cosa che il tecnico vive sulla propria pelle con la malattia. “Penso che tutti debbano aver paura della morte. La paura è un sentimento positivo che ti fa star sveglio, che ti sta stare attento. Puoi vincere la paura solo con il coraggio, avendo più coraggio della paura.
Sicuramente quando mi è successo, quando ho capito la gravità della situazione, sono stato due tre giorni e malissimo. Mi è passata tutta la vita davanti. Pensavo ai miei figli, a mia madre, a mia moglie, agli amici. Ho chiesto ai dottori se con questa malattia si vive o si muore. ‘Fino a venti anni fa saresti stato già morto’ è stata la risposta. Invece oggi si può combattere, si può vincere. Allora se si può vincere, io lo vinco.
Dopo due, tre giorni che ho passato quei brutti momenti, che ho tirato fuori tutta l’energia negativa non vedevo l’ora di andare ospedale. Ero felice quando andavo all’ospedale a curarmi. Ero contento tant’è che mia moglie mi guardava e diceva ‘Ma tu sei matto’.”

 

Indimenticabile la sua presenza in panchina alla prima di campionato a Verona nonostante la malattia. “Io sono entrato in ospedale per le cure che ero 85 kg e quando sono andato a Verona ero 72 kg. Tredici chili in meno. Io ho detto ai dottori: devo andare in panchina. E mi hanno detto che avevo 200 di globuli bianchi. Così non puoi andare. E io gli detto che non me ne fregava niente. Io doveva andare là perché se io non vado là, io sono morto dentro. Perciò cerchiamo di fare le cose che vanno fatte. Venerdì sera mi chiamano e mi dicono che si sono alzati a 400. Io non riuscivo neanche ad alzarmi e ho detto vabbè, se fa così sabato sono 600. E così è stato.

Mi sono messo le scarpe e tutto. Non riuscivo a fare due passi. Facevo due passi e poi mi mettevo seduto, due passi poi mi girava la testa. Poi sono andato là e quando mi hanno visto i giocatori speravo di motivarli invece erano sotto shock. Praticamente ho fatto peggio”.

In realtà quella incredibile forza interiore, quell’esporsi a milioni di tifosi e spettatori ha dato un messaggio potentissimo. “Io l’ho fatto per me, perché mi serviva. Secondo me non era una immagine di debolezza. Quella era un’immagine di forza che nonostante tutto, nonostante la malattia, tu vai davanti a tutti.
Perché c’è tanta gente che sta male, si vergogna, sta chiusa in casa senza farsi vedere. Ho fatto quello che io mi sentivo dentro, quello che sentivo dentro il mio cuore. E volevo farlo per me. Poi ho scoperto che è stato importante per gli altri”.

 

Spadoni ha poi fatto l’ultima domanda: “Hai sei figli e cinque sono cresciuti con te. Come atleta hai vinto diciotto trofei. Come allenatore stai facendo delle cose molto belle. Quando sarai soddisfatto?”

“Mai – è la risposta secca – Non sono uno che si accontenta. Nella vita e nello sport. Io raggiungo un obiettivo e mi pongo subito un altro obiettivo e vado avanti così. È la forza che ti fa andare avanti. Io penso che sognare è bellissimo. E ognuno di noi deve sognare perché i sogni si possono realizzare.

Per arrivare a raggiungere le cose devi faticare. Però è anche più bello perché se ti arriva dal cielo poi allo stesso modo può andare via. Ma se tu ci soffri e ci arrivi hai tutta un’altra soddisfazione. Ti senti dentro invincibile. Ci devi soffrire, devi far fatica ma la vita è così. A me piace lottare e combattere. Mi piace realizzare i miei sogni, ma nessuno mi ha mai regalato nulla nella vita e non voglio che me lo regali. Io me lo prendo da solo quello che voglio.

Se tu non credi in te stesso, non ci crede nessuno. Ci devi credere”.

Un messaggio potentissimo che può essere considerato il testamento spirituale di Mihajlović.

 

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