jack sintini gianluca spadoni

La straordinaria storia di rinascita di Giacomo “Jack” Sintini

Giacomo “Jack” Sintini si è raccontato così durante la 18^ edizione di Evolution Forum Day.

«La mia carriera nella pallavolo è iniziata da un sogno infranto. Da bambino, sognavo di diventare un campione di calcio. Alle elementari e alle medie ero bravino, ma a 13 anni, la mia crescita rapida e improvvisa mi fece perdere il controllo e la coordinazione. Il mio allenatore, insensibile ai cambiamenti adolescenziali, mi relegò alla panchina. Fu un duro colpo per me, che amavo profondamente il calcio.

Alla ricerca di un’alternativa, assistetti a una partita di pallavolo di mio fratello maggiore. Fu amore a prima vista. Quella sera stessa, chiesi ai miei genitori di poter cambiare sport. Dopo aver finito l’anno con il calcio, feci un provino per la squadra giovanile di Ravenna, una delle migliori in Italia. Nonostante una prestazione mediocre, il direttore generale Giuseppe Brusi vide in me un talento innato: la capacità di toccare la palla con morbidezza. Da quel momento, iniziai a sognare di diventare un campione di pallavolo.

La mia carriera prese una svolta decisiva con l’incontro di Kim Ho Chul, un famoso palleggiatore coreano. Kim mi insegnò l’importanza del tocco e della costante pratica, facendomi capire che la pallavolo richiede dedizione e precisione.

La seconda parte della mia storia inizia nel maggio 2011. Dopo un allenamento, mi svegliai con un dolore intenso e inspiegabile alla schiena. Pensando fosse uno sforzo dovuto all’allenamento, cercai di ignorarlo, ma il dolore peggiorava giorno dopo giorno. Dopo vari tentativi di cura, incluso un esercizio in piscina, mi resi conto che qualcosa non andava. Il dolore era troppo forte per essere causato da un semplice sforzo.

Dopo vari esami e una radiografia, la diagnosi fu devastante: un linfoma al quarto stadio. Avevo 32 anni e mi trovai improvvisamente a lottare per la mia vita. La mia prima reazione fu il panico e la certezza che sarei morto a breve. Solo il pensiero di mia figlia Carolina mi diede la forza provare a ridimensionare il problema.. Con l’aiuto della mia famiglia e dei medici, affrontai la malattia come una squadra, sapendo che non potevo farcela da solo. Ho benedetto il fatto di non essere da solo, tutto quello che io ho conquistato nella mia vita l’ho conquistato con gli altri, e ho cercato di affrontare anche quella grande crisi della mia vita in questo modo.

Dopo cicli intensi di chemioterapia a dicembre 2011 feci l’autotrapianto di midollo, una chemioterapia che è veramente molto pesante da sopportare, ti porta a delle condizioni proprio critiche. Per fortuna funzionò. Il tumore era in remissione e iniziai il lento processo di riabilitazione.

Mi mandarono a casa in sedia a rotelle perché proprio non camminavo. Ci ho messo due mesi per rimettermi in piedi. Ho ricominciato a mangiare con gli omogenizzati perché ero stato anoressico per troppo tempo, ho ricominciato a mangiare piano piano, poi a camminare un pochettino appoggiato a qualcuno per andare in bagno, poi mi sono alzato. Ho mangiato a tavola, poi un giorno ho fatto una passeggiata fuori. Piano piano ho avuto dei piccoli miglioramenti fino ad arrivare a fine febbraio 2012 quando, al termine di una visita di controllo, il medico mi dice una cosa bella: “Allora Jack, qua le cose stanno andando bene. Qra per me non ci sono motivi medici per cui tu non possa tornare ad allenarti. Quindi io ti darei il via e, se fossi in te, adesso proverei a tornare a giocare”.

Io mi ricordo che uscendo dall’ospedale dico con mia moglie: “Oh, hai sentito? Ha detto che posso tornare a giocare in serie A”.

Questo medico mi ha dato un obiettivo e mi ha detto che ci potevo arrivare. Io da lì mi sono messo ad allenarmi con grandissimo impegno e mi sono proprio fissato su quell’obiettivo. Ogni giorno ho migliorato la mia condizione atletica. Sono tornato in palestra che ero 71, 72 chili, ho ripreso l’idoneità sportiva, ho migliorato e ho ricostruito i miei muscoli, ho ricostruito la mia forma, ho riallenato il mio cuore e i miei polmoni fino a che, a marzo 2012 ottengo l’idoneità.

A giugno 2012 succede una cosa bella. Il mio procuratore si era messo a cercare una squadra e tanti mi chiamavano per farmi i complimenti ma proposte di lavoro zero. Finché  un giorno torno a casa da allenamento prendo il telefono e lo butto sul divano e dico a mia moglie: “Vado a fare la doccia. Per favore non mi passare nessuna telefonata perché sono stanco morto e richiamo tutti domani. Rispondo solo se mi chiama Trento”. Trento nel 2012 era la migliore squadra di club al mondo. Era campione del mondo per club, campione d’Europa, campione d’Italia. Era il massimo club a cui si poteva aspirare. Non faccio tempo a aprire l’acqua che Alessia entra in bagno col telefono che squilla in mano e mi fa: “Jack! Jack! È Trento! È Trento!” E io ho detto: “Ma lasciami stare, per favore! Ti ho detto che sono stanco, che scherzo è questo!”

Rispondo ed era il direttore sportivo di Trento. Il giorno dopo mi invitano a un incontro con il presidente e quando io vado a casa sua mi fa la proposta: “Io vorrei che tu venissi a Trento a fare il secondo palleggiatore del nostro brasiliano Raphael e vorrei che tu ci aiutassi a conquistare i prossimi trofei che vogliamo ottenere”.

Io dovevo essere pronto a quello che loro mi chiedevano, cioè allenarmi sempre senza perdere nessun allenamento ed essere pronto nel caso in cui Rafa avesse avuto bisogno di me. E ce l’ho fatta: sono arrivato a Trento che ero circa 81 chili, avevo recuperato tutto durante l’estate. Mi sono allenato sempre tutto l’anno con loro senza saltare mai un allenamento. Fare il secondo di un palleggiatore significa giocare pochissimo se lui è bravo. Quell’anno io non ho giocato mai e la stagione va alla grande. Vinciamo il mondiale per club, la Coppa Italia, perdiamo i quarti di finale di Champions League, vinciamo la regular season e arriviamo ai playoff per vincere lo scudetto.

La finale scudetto è Trento contro Piacenza. Si gioca alla meglio delle 5 partite. Io durante tutti i play-off non ho giocato mai, come tutta la stagione, perché Rafa era fortissimo e vincevamo. Poi in gara 4 perdiamo e Raphael si rompe un dito. Siamo 2 a 2: lo scudetto lo decide gara 5.

Nel Pullman mentre tornavamo a Trento c’era un silenzio che faceva paura. Tutti pensavano quello che pensavo io e cioè che sette giorni dopo ci sarebbe stata la finale scudetto. Il nostro leader, il nostro palleggiatore titolare, s’era fatto male e noi avremmo dovuto giocare con Jack, che non gioca da due anni, che è stato un anno in ospedale e non ha mai giocato un set intero.

E mi rendo conto che questa partita stava prendendo un significato molto più grande di quello che sportivo e basta.

Il primo giorno d’allenamento parla l’allenatore, Radostin Stoytchev un grande leader nonché uno dei più vincenti e ci dice: “Ragazzi, domenica c’è la finale scudetto. Rafael si è fatto male. Noi abbiamo Jack, giochiamo con Jack, vinciamo con Jack, allenatevi”. Fine del discorso. Era il suo modo per dirci: niente scuse, niente alibi, si gioca per vincere.

Io ho avuto la fortuna di fare 19 stagioni in Serie A e una cosa l’ho imparata: la differenza tra un campione e un bravo giocatore è che i campioni non trovano le scuse, mai. Giocano sempre per vincere con quello che hanno. I bravi giocatori giocano bene quando le cose vanno bene. Poi quando le cose vanno male, sapete cosa fanno? Danno la colpa agli altri, danno la colpa al ginocchio che gli fa male, alla schiena che gli fa male, all’allenatore che non li capisce, al mondo intero che non li capisce. Non è mai colpa loro.

E quella squadra là, grazie a Dio, era piena zeppa di campioni. Io vi assicuro che in quella settimana di preparazione alla finale nessuno di loro ha mai nominato Raphael una volta. Hanno tutti pensato a come potevano giocare al meglio con me per vincere e affrontare Piacenza con me. Facendo così noi ci siamo allenati molto bene tutta la settimana e siamo arrivati a sabato sera che eravamo pronti. Non eravamo perfetti, ma eravamo pronti.

Alla vigilia della partita. Fino alle otto di sera ero in pieno controllo di me stesso: ero determinato, carico, pronto, avevo studiato, ero perfettamente cosciente di poter vincere quella partita. Alle 20:10 ero in preda all’ansia pre-esame. Ho cominciato a dire “ma cosa voglio fare? Ma come penso di poter giocare questa finale? Sono due anni che non gioco, questa è una finale scudetto, il livello è altissimo e se la partita va per le lunghe? Se giochiamo per due ore come farò a sopportarlo”.

Mia figlia Carolina era a terra che giocava si alza e viene a tavola quattro anni e mi fa: “Papà perché sei così preoccupato?” E io gli ho spiegato che il giorno dopo ci sarebbe stata una partita importante, che non giocavo da due anni ed ero un po’ preoccupato. E lei mi dice: “E vabbè, ma mica giochi da solo. Ci sono i tuoi compagni, no? Ti aiuteranno loro.”

Lei, in quel momento, mi ha dato la chiave, quella che noi tutti perdiamo quando siamo preoccupati, quando abbiamo paura che qualcosa non vada come noi vorremmo.

Cioè noi pensiamo di doverci prendere le responsabilità di tutto il mondo, invece noi dobbiamo fare solo la nostra parte e il resto ci aiuteranno le persone che sono intorno a noi. Dobbiamo avere fiducia e soprattutto non possiamo controllare tutto. Io non posso controllare che il mio compagno giochi bene o male, che l’avversario giochi troppo bene, che l’arbitro sbagli, non posso controllare che un meteorite colpisca il palazzetto mentre noi giochiamo la finale, io devo solo pensare a quello che devo fare io, quello sì che lo posso condizionare per affrontare la finale scudetto, che è bellissima.

Il giorno della finale, entriamo in campo con determinazione. Primo set, vinciamo noi, secondo loro, terzo noi, quarto loro. Andiamo al tie-break, il quinto set che si vince ai 15.

Dopo circa un minuto di gioco, eravamo 6 a 1 per noi e cominciai a pensare: “Abbiamo vinto”. Dopo due minuti, eravamo 7 a 6 per loro e pensai: “Abbiamo perso”. La partita andò avanti punto a punto. Sul 13-12 per noi, facemmo un break e andammo 14-12.

Un mio compagno batté benissimo, loro non riuscirono a contraattaccare e al terzo tentativo Samuele Papi attaccò un pallone out in diagonale. Noi diventammo campioni d’Italia e io fui premiato come miglior giocatore della finale Scudetto.»

Quella vittoria non fu solo una rivincita sportiva, ma anche una testimonianza di quanto lontano si possa arrivare con la determinazione, il supporto delle persone care e la volontà di non arrendersi mai. La mia storia è un esempio di resilienza, coraggio e speranza.

 

 

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