Andrea Pontremoli, Evolution Forum Business School

In azienda servono leader, ecco come riconoscerli: il pensiero di Andrea Pontremoli

C’è un’espressione che in molti oggi condividono, ma che pochi riescono davvero a mettere in pratica: in azienda servono leader, non semplici manager. Una frase che suona bene nelle presentazioni aziendali, nei convegni e nei manifesti valoriali, ma che ha implicazioni concrete – e impegnative – nella vita quotidiana d’impresa. Andrea Pontremoli, ex AD di IBM Italia e oggi punto di riferimento per l’innovazione manageriale, la spiega con estrema lucidità: “Uso volutamente i due termini – leader e manager – come alternativi, perché nella mia esperienza ho visto atteggiamenti profondamente diversi nel loro approccio alle persone.”

Pontremoli non parla per teoria, ma per esperienza vissuta. E distingue con chiarezza: il leader trascina, il manager spinge. Il primo muove le persone verso uno scopo, il secondo le controlla per portare a termine dei compiti. “Il manager è quello che fa una fatica bestiale per tenere in piano tutto l’ufficio,” racconta, “arriva presto, assegna ordini e verifica costantemente. Se manca lui, tutto si ferma.” È un modello di controllo che tiene insieme i processi, ma raramente valorizza le persone.

Il leader invece costruisce un contesto in cui gli altri si attivano, si sentono coinvolti, si mettono in gioco. “Un leader davanti a un obiettivo sfidante non dà ordini, ma dice: ‘Organizziamoci. Ognuno metta a disposizione le proprie competenze, e se c’è un problema, ci sono anch’io’. Questo fa la differenza.”

In questo racconto c’è la chiave di un nuovo mindset aziendale, più orientato alla crescita condivisa che al semplice risultato. Pontremoli è convinto che un’impresa non possa dipendere dalla presenza costante di chi comanda. E che il successo passi dal saper responsabilizzare e far emergere il talento diffuso. “Se abitui le persone a eseguire solo ciò che viene detto, avrai sempre bisogno di qualcuno che dica cosa fare. Ma non puoi essere sempre lì. Per questo il leader condivide il sogno, lo scopo, dà senso all’azione.”

È proprio questa dimensione valoriale che differenzia i contesti corporate più evoluti: quelli dove non si chiede solo performance, ma si costruisce un’identità comune. Una cultura organizzativa capace di formare nuovi leader, attraverso strumenti adeguati, percorsi strutturati e una visione chiara del futuro.

Pontremoli ha vissuto sulla propria pelle quanto potente possa essere un ambiente in grado di far crescere le persone. Ai tempi di IBM, fu il suo superiore a proporlo per un percorso di carriera manageriale. Quel gesto, apparentemente semplice, ha segnato l’inizio di un’ascesa che lo avrebbe portato prima a diventare suo pari, poi suo superiore e infine a superarlo di sette livelli. “Non so se ci ha visto lungo, ma è stato lui – e altri come lui – a darmi la possibilità di scoprire capacità che neppure io pensavo di avere,” racconta. E aggiunge un dettaglio che dice molto sulla leadership autentica: “Non ha provato invidia. Era contento per me, come un padre con i figli.”

È in queste parole che si intravede la vera forza di un leader: far crescere gli altri senza paura del confronto, e anzi, con l’orgoglio di vederli andare anche oltre. Un approccio che non ha nulla a che fare con la semplice gestione, e tutto a che fare con il senso più profondo della formazione aziendale: far emergere, abilitare, trasmettere fiducia.

In un contesto economico in rapido mutamento, dove il cambiamento è continuo e spesso improvviso, questa distinzione è tutt’altro che teorica. Serve oggi più che mai saper riconoscere un leader, non per il titolo che ha in firma, ma per come fa sentire chi lavora con lui. Per il modo in cui affronta i problemi, crea contesti e genera autonomia.

Ecco perché in azienda servono leader, ecco come riconoscerli: sono quelli che costruiscono le condizioni perché gli altri possano esprimere il proprio potenziale. Sono quelli che non temono la competenza altrui, ma la coltivano. Sono quelli che, invece di dare risposte, insegnano a farsi domande migliori.

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