Quello che ho imparato – Conversazioni

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Quello che ho imparato – Conversazioni

2020-06-09T11:38:15+02:00

Ti ricordi che cosa ha detto Elda Lanza con nonchalance davanti a mille persone? «No, non ero una ragazza intra­prendente. Studiavo, pensavo. Ero femminista e volevo asso­lutamente diventare una donna speciale, invece no, ma non importa. Invece sai che cos’ho di speciale? Che a 94 anni sono qui a discutere con te su un palcoscenico davanti a mille persone». Tu eri un ragazzo intraprendente? So quanto studi, quanto leggi e quanto pensi. Volevi diventare un uomo spe­ciale fin da giovane, come lei?

Be’, quando penso a Elda Lanza o a Dallara mi ren­do conto che è bello poter essere d’aiuto, d’ispirazione. In fondo il senso di questo libro qual è? È cercare di mettere su carta quello che ho imparato in modo che le mie idee possano diffondersi. Da un lato è un diario tut­to mio, dall’altro è la voglia di contaminare. Credo che sia l’obiettivo di ciascuno di noi, soprattutto se la nostra missione è di lasciare un semino, una particella di noi, un pensiero nuovo in quelli che incontriamo. Mi piacerebbe riuscire ad arrivare a 95 anni con quella lucidità, quella voglia. Sarebbe già un regalo enorme della vita.

A 95 anni vuoi essere davanti a mille persone ancora a spiegare come si fa? Come ti vedi da anziano? Ci pensi mai?   

Sì, secondo me è la cosa più bella che ci sia.

Nel mio primo libro Dai che ce la facciamo! c’è la storia di Bertino che insegna a mio padre quattordicenne il lavo­ro da imbianchino. Nel libro racconto che quando si rive­dono, Bertino ha superato gli ottanta e la riconoscenza e la gratitudine di mio babbo lo fanno scoppiare a piangere.

A conferma del fatto che la cosa che vale di più per noi è lasciare una traccia negli altri.

Sono convinto che abbia ragione Pontremoli quando dice: «il successo per l’uomo è diverso in base alle fasi del­la vita: a un anno il successo è mangiare da solo, a 3 anni camminare da solo, a 10 anni avere un sacco di amici, a 20 avere un sacco di donne, a 30 anni avere un sacco di soldi, a 40 un sacchissimo di soldi, a 50 anni davvero tanti tanti soldi, a 60 anni un sacco di donne, a 70 un sacco di amici, a 80 è camminare da solo, a 90 anni mangiare da solo».

La vita ha questa forma ciclica, nella quale otteniamo successo, realizzazione e felicità per cose diverse in momenti diversi.

 

So che molto spesso rammenti da dove sei partito, lo dici anche in aula come esempio di esperienza personale da tra­sferire ai partecipanti. È una di quelle frasi che chiedi loro di scrivere sul quaderno degli a p p u n t i :   «r i c o r d a t i   d o v ’e r i   s e i    mesi fa, chiediti dove sei ora e immagina dove sarai tra due anni». Con grande commozione lo ha ribadito anche Max Sechi quest’anno: «Quando non ho voglia di fare nulla, per motivarmi mi ricordo da dove sono partito e mi torna la voglia di fare le cose».

A te a cosa serve questo promemoria?

Ho una buona disciplina e mi piace quello che sto facendo, sono anni che non mi capita di pensare di non averne voglia. Credo che molto dipenda da quello che si fa durante la giornata, se fai cose che ti piacciono è difficile che non ti appassioni. Per me il lavoro è una passione re­tribuita e da questo punto di vista, a essere onesti, non ho lavorato neppure un giorno nella mia vita recente.

Quando andavo a portare le birre al tavolo dei clienti o a fare i colloqui di vendita alle dieci di sera, a mangiare il mascarpone o a bere il caffè a casa dei clienti, quello forse era lavoro ma io l’ho sempre vissuto come il prezzo da pagare, il riscatto per ottenere la libertà.

Queste esperienze ci servono perché, quando siamo in stallo, rammentiamo da dove veniamo e ripartiamo dal quel punto. Ricordiamocelo: siamo felici solo quando ab­biamo una prospettiva. Avere una visione e tendere a qual­cosa è il vero grande bisogno di ognuno di noi.

A sostegno di questa tesi, oggi in Italia siamo gene­ralmente infelici. I dati dimostrano che il PIL è lo stes­so del 2005 (pre-crisi), ma allora eravamo molto più felici di adesso, persino negli anni Novanta lo eravamo. Non è dove siamo a determinare la nostra felicità, ma è dove stiamo andando che fa la differenza.

 

 

Dove stiamo andando? Abbiamo bisogno di sentirci in crescita e quando non sentiamo di progredire quotidiana­mente o quando viviamo momenti di stallo e di difficoltà (io in aula le chiamo valli), ricordarci da dove veniamo è fondamentale. Quando non percepiamo il senso di cresci­ta guardando avanti, possiamo afferrarlo guardando nello specchietto retrovisore osservando con attenzione dove eravamo anni fa.

Se ci si misura settimanalmente si può andare incontro a un po’ di depressione, al senso del peggioramento, ma se ci si misura annualmente o in un periodo anche più ampio la prospettiva cambia parecchio. Nel 2002 ho partecipato a un master in analisi tecnica dei mercati finanziari e mi sono reso conto che i mercati non sono mai alti o bassi, dipende esclusivamente dall’orizzonte temporale. Una cosa che ti in­segnano fin da subito è di allargare la forbice.

Questo occorre farlo anche nella vita. Quando ci sen­tiamo affossati in una valle, dobbiamo allargare la forbice per poterci rendere conto che la direzione è in crescita.

La differenza sostanziale tra crescere e invecchiare non sta nel fatto che vi siano o meno alti o bassi, picchi o valli, quelli ci sono per tutti comunque. La differenza sta nel fatto che chi invecchia lo fa su una linea retta, piatta, e chi cresce, invece, procede su un’asse che, anche se di poco, è in crescita.

Una frase che ho detto sabato scorso in occasione di un corso in aula: «crescere non significa non sbagliare, non vivere difficoltà, non affrontare momenti duri, difficili, bui. Crescere vuol dire non rifare gli stessi errori, non af­frontare gli stessi momenti bui, le stesse difficoltà».

 

Tratto dal libro “CONVERSAZIONI” di Gianluca Spadoni