La via del sole – Emanuele Maria Sacchi

Ti trovi in:/, Sacchi/La via del sole – Emanuele Maria Sacchi

La via del sole – Emanuele Maria Sacchi

2020-10-26T11:15:23+01:00

Forse anche tu conosci una donna che assomiglia a Laura. Appartiene a quell’umanità sensibile che coltiva sogni e cerca sorrisi, di solito senza trovarne. Lei desidera una vita migliore di quella che ha, ma, in effetti, si limita a sognarla; il che, bisogna ammetterlo, è un atteggiamento abbastanza comune. La mattina presto la puoi trovare alla fermata dell’autobus, confusa tra la gente di un’umanità confusa, si stringe nel suo cappotto marrone così come una donna sola si stringe alla speranza.

Ha gli occhi belli Laura, di una bellezza profonda e delicata, occhi talvolta pieni di lacrime e di promesse non mantenute, occhi delusi dagli altri e dalla vita.

Nella sua borsa ci sono pochi oggetti, tra cui un’agendina sempre nuova e con brevi appunti; vorrebbe, Laura vorrebbe, poter annotare feste e incontri, vorrebbe che la vita la circondasse di momenti piacevoli e di intensità. Invece vive sola in un piccolo appartamento circondato dai tetti, si trascina stancamente al lavoro, e poi alla spesa, e poi al suo letto vicino al telefono che non squilla mai.

Durante il fine settimana torna al Paese dove è cresciuta, va a trovare i suoi genitori ormai anziani a cui la sua vita, almeno a loro, pare quasi inebriante. Già, inebriante… di questo ha voglia Laura. Di emozioni, di piccoli e colorati momenti di felicità. Invece continua ad alimentare in sé la disillusione e la disillusione la ricambia.

Io mi chiamo Alberto, suono il pianoforte e incontrai Laura durante una delle mie serate al piano bar. Non sono un pianista distratto, mi piace coinvolgere il mio pubblico e tra una canzone e l’altra spesso recito brevi poesie; talvolta sono romantico, spesso provocatorio. Tuttavia mi piace l’ottimismo, lo traduco in parole e in comportamenti, racconto di come in ognuno di noi c’è tutto, ma che senso ha se non lo riconosci e non lo usi? La gente che frequenta il piano bar e che ormai mi conosce, spesso mi invita al tavolo per sentirmi parlare. Laura stava seduta da sola in un tavolo vicino alle tende, i capelli raccolti; il suo sguardo all’inizio assente si trasformò presto in una ricerca di aiuto. Gli altri ridevano, cantavano, forse si entusiasmavano, e lei soffriva. Venne da me durante un intervallo, subito dopo uno dei miei pezzi più travolgenti e appassionati, e con un sussulto di coraggio mi disse: – Ma tu, …sei vero?

– In che senso, sono vero? – risposi perplesso.

– È un po’ che ti osservo: canti, balli come un pagliaccio, scherzi con tutti, ridi sempre… E comunque non hai risposto alla mia domanda: stai recitando o sei vero?

Laura era abituata all’apparenza, ai gesti ingannevoli e ai piccoli feroci soprusi che alcuni esseri umani dispensano alle persone vulnerabili.

– Sì – le risposi, – sono vero, anche tu lo sei?

Laura sorrise, si scopri impacciata, ma dopo pochi istanti il dubbio riprese il sopravvento: – Vedremo – aggiunse, e si allontanò.

La mia serata terminò più tardi del solito, ero stanco. Laura se ne era andata da non molto, guardai fuori dal locale se era ancora nei paraggi, cercai Laura e non la trovai.

Invece mi aspettava poco lontano, appoggiata a un lampione con le spalle curve e l’espressione disperata di chi sta cercando un rifugio. Si rifugiò in me e io non potei fare a meno di accettarla.

Diedi a Laura il mio numero di telefono e lei lo usò. La prima volta fu per un caffè in un locale del centro, la seconda per un aperitivo, la terza per un bacio. Volevo baciarla come si vuole baciare qualcuno che deve partire, che deve emigrare. Volevo baciarla per dirle che era bella, che non era sola.

Lo so, l’ho baciata per pietà.

Laura questo non l’ha mai saputo e credo che non l’abbia mai pensato. Forse la sua fragilità era la mia forza, il suo pessimismo era la linfa vitale della mia eterna allegria, forse mi cibavo di lei come un avvoltoio si nutre di carcasse in via di putrefazione. Mi nutrivo della sua disperazione per sentirmi meglio e più forte, e più convinto. Laura non sapeva esprimere la sua mancanza di ottimismo, tuttavia si poteva facilmente avvertirla, constatarla. Almeno all’inizio.

Poi cominciò ad aprirmi al suo mondo di ombre, di paure e di grigi.

Mi piaceva ascoltare il racconto triste della sua esistenza, i suoi problemi irrisolti, le meschinità della sua vita. E, con profonda meschinità, mi compiacevo della mia.

Andai per la prima volta a casa di Laura un tardo pomeriggio di autunno. Il sole stentava a lasciarsi andare dietro le case più alte e ancora cercava corridoi di luce tra i viali alberati.

Vidi Laura che mi stava aspettando sul balcone; con gli occhi socchiusi aveva abbandonato il viso al vento, e le mani sembravano scenderle lungo i fianchi semplicemente perché non avevano nient’altro da fare, né da tenere.

La casa di Laura era semplice, ma carina. Così ordinata e tuttavia così piena di colori, sembrava in contrasto con il suo carattere ombroso.

Mi fece sedere in cucina, sembrava stranamente a disagio, continuava a chiedermi se volevo qualcosa, se ero comodo, se andava tutto bene…

Le raccontai un episodio divertente del giorno prima, agitandomi inciampai sul tappeto come si inciampa sui passi incerti del proprio cammino, mi misi a ridere fragorosamente, e mentre facevo il buffone, non so perché, esclamai: – Vuoi che usciamo?

Laura non rispose, scrollò le spalle e si scrollò di dosso l’indecisione. Mi prese la mano e la posò delicatamente sul suo seno, poi disse: – Qui sotto c’è un cuore, non fargli del male. – Quindi mi portò nella sua camera e mentre abbassava la luce mi guardò negli occhi come se volesse guardarmi nei sentimenti.

Immediatamente dopo, sciolse i suoi ultimi dubbi e poi sciolse i suoi capelli.

La luce dei lampioni ormai filtrava nella stanza, illuminando il vestito di Laura abbandonato sulla sedia. Entrai nel suo corpo ed entrai nella sua vita disperata. Laura cercava qualcuno che costringesse il suo cuore a ridere. E io accettai.

Furono due ore di carezze, senza quasi una parola e Laura che ripetutamente sorrideva. Quindi venne per me il momento di andare via. Laura aprì gli occhi, si accarezzò il mento, forse accarezzò l’idea di trattenermi, poi con un filo di voce infinitamente triste, come lontana, disse: – Questa mattina ho cancellato il tuo numero, se vuoi chiama tu.

A quel punto spense il suo sguardo e poi spense la piccola luce, come convinta che quello sarebbe stato un addio. Abbracciò il suo cuscino e il suo dolore come una madre abbraccia il proprio figlio malato. Abbracciò il cuscino e lo inumidì di lacrime.

Laura preferiva addormentarsi con la finestra aperta, ma la città intorno a lei sembrava chiusa e inospitale.

Mi feci il nodo delle scarpe e intanto avvertii un nodo in gola. Soltanto dopo capii che Laura aveva inteso darmi tutto quello che pensava di avere e dopo il suo corpo, dopo quello, riteneva che non le fosse restato più nulla da offrire.

Entrai in un bar, mi guardai nello specchio, fin giù, in fondo all’anima. Sentivo che avevo voglia, per quanto potessi, di colorarle la vita. Presi la decisione e presi il telefono: – Laura, dormi?

– No, stavo pensando che non abbiamo cenato e ho un po’ fame.

– Anch’io ho fame, preparati che usciamo, ti va?

– D’accordo, ti aspetto…

Cinque minuti dopo ero sotto il suo portone. Il cielo, sopra Roma, sembrava sbiadito, anche se, con assoluta nitidezza, in alto si vedevano le nuvole accompagnare la luna, che, bianchissima, galleggiava dietro il cancello di ferro. Era bello respirare camminando sotto i pini che mi riportavano verso casa di Laura.

Per la prima volta la vidi indossare un abito colorato, con un grande foulard verde adagiato sulle spalle. Laura era cambiata; le era bastata quella piccola attenzione, dopo l’amore, quando a volte l’indifferenza ci allontana, per riprendersi la vita. Non avevo mai visto Laura correre, anzi, di solito camminava lentamente, ma quella sera la vidi uscire dal portone correndo, quasi mi si tuffò addosso e con le braccia che mi stringevano il collo, domandò festosa: – Dove andiamo?

Una prospettiva di statue affondava in fondo al viale.

Non so perché, ma ebbi l’impressione che quella sera bisognava trovare un ristorante speciale, uno di quelli dove i camerieri sono gentili e discreti e le tovaglie profumate. Ne trovammo uno e quella sera trovai molte altre cose. Trovai che Laura era molto serena, parlava, inaspettatamente, dei suoi progetti e di un viaggio a Praga che voleva realizzare; Laura stava sbocciando davanti ai miei occhi, ne ero emozionato. Le era bastata un po’ di fiducia nel prossimo, almeno credo, per iniziare a vivere con più leggerezza.

Laura smise di compatirsi, si comprò un paio di vestiti nuovi e alcuni pensieri di gioia, iniziò a volersi bene e a sorridere sempre più spesso. Un mese dopo, mi confidò teneramente, si trovò anche un fidanzato e forse, oggi, stanno ancora insieme.

Non so dove sia finita Laura; non ci sentiamo da tanto tempo, forse non abbiamo più bisogno l’uno dell’altro. Lei ormai ha il suo punto di equilibrio, e io mi arrangio con il mio. Tuttavia mi piacerebbe un giorno rivederla. Avrebbe la luce di un sorriso, lo so, e i capelli pieni di vento. Inebriata dalla vita mi correrebbe incontro, quasi la vedo, sulla Via del Sole.

 

Scopri di più su Emanuele Maria Sacchi >>>